A volte ci sabotiamo

A volte ci sabotiamo

Alcuni hanno bisogno di toccare il fondo per decidere di mettersi in gioco e forse nemmeno in quelle condizioni riescono a farlo.

Ad esempio Paolo, pur avendo delle forti tensioni sul lavoro, problemi fisici che derivano dallo stress e il suo matrimonio che, nonostante sia passato soltanto un anno dall’inizio della convivenza, sta incominciando a rivelare dei problemi sottostanti irrisolti. Si rivolge al suo terapista soltanto occasionalmente quando la tensione è al massimo e soprattutto quando la moglie lo spinge a lavorare su di sé, perché crede nella loro unione ma nota come i problemi di lui stiano soffocando il loro benessere. Naturalmente anche lei ha le sue responsabilità (cioè degli schemi ripetitivi e inconsci che minano la qualità della loro relazione) e s’impegna in un percorso di crescita, perché sa che l’influenza emotiva del padre ancora s’inserisce nella loro relazione. È un vero peccato che una persona valida come Paolo non abbracci, per ora, la passione per la trasformazione.
Spesso è la paura di cambiare a fare la parte dell’attrice principale. Anche se soffriamo siamo abituati a questo, oppure, addirittura, non ci accorgiamo nemmeno più di essere in uno stato di energia minima per sopravvivere e si smette di pretendere di più dalla nostra esistenza, un’esistenza che potrebbe regalarci molte belle sorprese. Pensate alle difficoltà dei terapisti quando i pazienti o clienti (come li chiama Carl Rogers, padre del Counseling) si fanno vivi una volta ogni tanto e hanno la pretesa, inconscia ma a volte anche conscia, di risolvere tutto e subito. Come detto in precedenza, siamo sottoposti a tensioni e schemi ripetitivi da così tanti anni che abbiamo bisogno di pazienza per cambiare, con tutta l’amorevolezza che serve verso i nostri processi interiori. Occorre anche determinazione per riuscire a lavorare su di noi e sugli schemi che ci debilitano.
Vediamo in che modo la maggior parte delle persone mette in atto i sabotaggi rispetto alla crescita personale:
• Si può cominciare a dire che tanto niente funziona e denigrare i gruppi o le sedute individuali
• Si pensa che mettersi in discussione in qualche occasione sia sufficiente
• Ci si scoraggia perché si ritiene di aver fatto già tanti corsi e terapia e non si vedono i risultati sperati
• Si guardano gli obiettivi non raggiunti e non ci si accorge dei cambiamenti interiori che sono avvenuti
• Ci si ritiene troppo deboli per fare cambiamenti drastici o anche soltanto iniziare a mettere in pratica delle azioni utili per stare meglio
• La rinuncia si è impossessata di noi e la nostra energia è implosa
• Si trovano tutti i tipi di scuse possibili: la mancanza di tempo e di denaro, i figli o i genitori da accudire, dimenticando che quando noi stiamo bene anche gli altri intorno a noi ne ricaveranno benefici importanti
• Si crede che semplicemente frequentando una scuola o qualche corso tutto avrebbe dovuto migliorare senza però un reale impegno passando a delle azioni pratiche
La mia risposta a queste e altre situazioni è quella di incoraggiare le persone a cambiare la loro prospettiva. Piuttosto che vedere il lavoro interiore come un viaggio pesante e faticoso verso uno o più obiettivi da raggiungere e poi smettere di pensare al proprio benessere, incoraggio a vederlo come un cammino d’ispirazione, il viaggio migliore che si possa intraprendere, un viaggio con dei premi meravigliosi se ci si impegna e ci si distacca dal risultato finale. L’itinerario è più importante della meta. Anche perché non si arriverà mai al completamento. In quanto esseri umani siamo sempre in progresso non arrivando mai alla perfezione. E già essere in un cammino che procura progressi porta a dei sostanziali cambiamenti della propria vita. Possiamo infatti notare come ad un certo punto del percorso ogni consapevolezza, ogni intuizione, ogni collegamento che siamo in grado di fare ci dona benessere, la nostra vita migliora: la consapevolezza porta la libertà. Io parlo per esperienza personale, il mio percorso è stato in salita e faticoso all’inizio, il mio impegno, però, è stato totale e poi, finalmente, mi è sembrato di camminare su un altopiano in modo comodo, apprezzando il panorama.

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