L’empatia ai tempi del coronavirus

L’empatia ai tempi del coronavirus

In questo momento così particolare, di isolamento fisico, abbiamo la grande fortuna di avere molte possibilità di connessione; tutte quelle possibilità che ci tolgono dalla segregazione. La pena più severa per un essere vivente è l’isolamento e noi stiamo vivendo proprio questo. Avevamo probabilmente tutti bisogno di fermarci ma questo modo così drastico, improvviso e obbligato ci ha mandato sotto shock, facendo risalire dal nostro inconscio paure relative alla sopravvivenza. Paura di non averne abbastanza: di cibo, di denaro, di contatti umani anche se a distanza.

Possiamo decidere di utilizzare al meglio questi momenti, studiando, lavorando per progettare la ripresa, aiutando gli altri, occupandoci di cose di cui non abbiamo mai la possibilità o il tempo di occuparci. Possiamo persino riposare, lusso che non riusciamo mai a permetterci. Perché non approfittare di questo periodo per esercitare l’uso dell’empatia? Prima di tutto verso se stessi?

Avete notato tutto l’aiuto e l’amore che sta scorrendo ora? Abbiamo tutti visto alla televisione quanto si stanno prodigando infermieri, medici e altre categorie il cui lavoro ora, più che mai, risulta indispensabile. Qualcosa nell’aria sta cambiando? Intanto nell’aria che respiriamo che è diventata migliore. Sapremo approfittare di tutto questo per migliorare la nostra situazione personale e collettiva?

Anche il fatto che il virus riguardi tutta l’umanità e non soltanto il nostro paese è un evento straordinario. Nemmeno la guerra mondiale ha riguardato davvero tutto il Pianeta. Pensate a che cosa incredibile stiamo vivendo. Quanto possiamo imparare da tutto ciò. Sono portata per carattere ad essere una persona ottimista e positiva. Con tutto il rispetto e il dolore che provo per chi soffre e per chi è venuto a mancare a causa di questa pandemia, mi trovo anche a riflettere su cosa stiamo imparando e come possiamo uscire più forti da tutto questo.

Questo articolo sull’empatia ci può aiutare a riflettere, sperando possa essere stimolante sia per chi si occupa già di relazione d’aiuto, per chi diventerà a breve counselor ma anche per tutti gli altri, perché tutti abbiamo bisogno della qualità dell’empatia per vivere al meglio delle nostre possibilità.

Prova a rispondere a queste domande se ti va per iscritto sul computer o sul tuo quaderno.

  • Ritieni di essere una persona empatica?
  • Sei empatico verso te stesso o più verso gli altri?
  • Pensi che l’empatia si possa imparare?
  • Senti di avere dei buoni e giusti confini?
  • È facile per te definire se quello che senti ti appartiene o arriva dall’altro?
  • Cerchi di verificare se quello che senti è tuo o arriva da qualcun altro?
  • Quali aspetti della tua empatia o della sua gestione desideri migliorare?
  • In che modo?

Empatia significa sentire l’altro, percepirlo, entrare nel suo mondo in punta di piedi, senza aggiungere niente di proprio pur consentendo uno scambio emozionale. Per poterlo fare è necessario sapersi percepire, ascoltare, stare con sé nella buona così come nella sorte più avversa. Sappiamo farci compagnia quando viviamo delle difficoltà? Sappiamo celebrarci con entusiasmo quando siamo soddisfatti di ciò che siamo o di qualcosa che siamo stati capaci di fare? Questi sono i primi passi per una buona relazione empatica, prima con sé e poi, di conseguenza, con gli altri. Se così non fosse ci creerebbe una relazione fintamente basata sull’empatia.

Per la professione d’aiuto diventa ancor più necessario riuscire a percepire il confine tra se stessi, ciò che si sente, riconoscendo cosa appartiene all’altro. L’empatia è consentita e sostenuta dal non giudizio verso noi stessi così come del mondo dell’altro; entriamo nel mondo dell’altro con assoluto rispetto e senza voler conoscere cosa sia meglio o quale potrebbe essere la decisione più giusta da prendere.

Non ci mettiamo al posto dell’altro rispetto alle decisioni da prendere ma stiamo lì con quello che c’è consentendo all’altro di stare con sé in un setting comodo dove potersi trasformare e lasciar andare ciò che è diventato obsoleto per la sua vita. a volte crediamo di sapere cosa sia più giusto ma abbiamo bisogno di allontanare questo pensiero perché ci porterebbe su di una strada sbagliata. Lasciamo invece libero il campo, questo è il compito dell’operatore di aiuto.

Lasciare libero, creare un vuoto, accompagnare, far sì che il cliente possa scegliere cosa gli fa bene e cosa no. Con delicatezza, con gentilezza, senza fretta. Dove il lavoro sull’obiettivo è importante come cornice di lavoro sappiamo anche che non avere fretta consente di stare nel qui e ora e non spingere niente. Avere l’obiettivo chiaro ma lasciar andare l’ansia della prestazione. Sia per il cliente che per il counselor.

Grazie allo sviluppo di una buona consapevolezza del corpo, delle emozioni e delle percezioni il counselor è in grado di fornire un supporto empatico al cliente. L’empatia viene sostenuta da una buona accoglienza, dalla capacità di comprendere il mondo dell’altro, dalla capacità di immedesimarsi senza per questo fondersi, e dalla capacità di distinguersi, cioè saper sentire i confini. Come dire Io sono Io e Tu sei Tu, lasciando all’altro la responsabilità delle proprie decisioni e scelte.

Uno degli scopi di una scuola di formazione in counseling è quello di non occuparsi soltanto del processo cognitivo ma anche di uno sviluppo della consapevolezza di sé sia a livello corporeo, emotivo, spirituale.

L’empatia infatti non basta studiarla, non è un processo cognitivo. L’empatia la si può riscoprire grazie alla pratica, al proprio percorso di crescita personale, al tirocinio con i propri clienti, alle supervisioni. Soprattutto ricevendo nutrimento, lasciando andare i propri blocchi personali e riaprendosi così alle proprie risorse interne, ritrovando il proprio contatto con le parti più sensibili e vulnerabili. In questo modo, accettando queste parti di sé, si sarà in grado di accoglierle anche nell’altro.

Nel counseling si favoriscono le relazioni empatiche e per questo è necessario imparare a riconoscere in sé e negli altri le emozioni, a distinguerle, a sentirle. Siamo genuinamente interessati al bene dell’altro (qualsiasi cosa significhi questo per l’altro), abbiamo bisogno di vedere le cose dalla prospettiva del cliente, comprendere a fondo i problemi che ci porta, mettere da parte se stessi per dare risalto a chi è di fronte a noi.

Per agire con empatia è fondamentale, dunque, comprendere gli altri: ascoltarli, sentire le emozioni, mostrare interesse sincero, comprendere le esigenze. I counselor dunque sanno valorizzare gli altri. Ne riconoscono le risorse, sottolineano i punti di forza, i risultati e i cambiamenti positivi. Danno rinforzo a tutto ciò di buono che si muove durante il lavoro di counseling. Offrono feedback sinceri e onesti per aiutare l’altro a crescere e cambiare ciò che vuole cambiare.

Donano una guida e sanno dare suggerimenti su consegne: esercizi, letture, pratiche, suggerimenti vari. Sanno rispettare le unicità e diversità e sanno mettersi in relazione con loro in modo positivo perché le considerano un arricchimento. Sanno comprendere le diversi visioni del mondo e della vita. Riconoscono le differenze come opportunità. Sono capaci di andare oltre il pregiudizio e l’intolleranza.

In altre parole l’arte del counseling consiste nell’immedesimarsi nelle emozioni (rabbia, paura, gioia o altre) dell’altra persona senza giungere ad una completa identificazione, rimanendo adeguatamente presenti a se stessi, riuscendo a gestire le reciproche sensazioni ed emozioni.

Daniela Zicari

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER

ISCRIVITI AGLI RSS