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Le nostre personali odissee e le terre di mezzo che è difficile abitare

All’inizio di un incontro chiedo ad una mia cliente milanese: “Come ti senti oggi?”.
Lei mi guarda. Fa un sorriso triste e risponde: “Mi sento un po’ tra l’gnacch e l’petacch” (Spero di averlo scritto bene).
Al mio sguardo disorientato, sorride ironica e chiarisce: “Né carne, né pesce… Una via di mezzo…”
“E’ molto più del periodo nero che hai alle spalle!”, provo ad aggiungere una nota di ottimismo.
“Ma non è ancora il periodo rosa, che desideravo all’inizio di questo percorso”, rimarca lei, con realismo disincantato.

Le chiamo “terre di mezzo”, quei “luoghi” dell’esistenza in cui non siamo più ciò che eravamo, ma non siamo ancora ciò che vorremmo diventare.
Non siamo più alla partenza, ma non siamo ancora a destinazione. Sono le fasi intermedie dove il “non essere” e “l’essere” stanno ancora facendo a braccio di ferro. Sono la parte più lunga di qualsiasi percorso. La fase in cui i dubbi e le paure ci assalgono e in cui la nostra determinazione e la resilienza vengono messe a dura prova. Le fasi in cui si stanno creando i presupposti per… ma occorre attendere, perchè i tempi siano maturi. I latini la sapevano lunga e usavano “ad – tendere” tendere a qualcosa, sa di azione, anche se non è così visibile. A noi invece l’attesa sembra una perdita di tempo e infatti abbiamo bisogno di “ingannare l’attesa”. Il linguaggio spesso svela le trappole in cui la mente resta incastrata.

Ciascuno di noi ha il proprio viaggio da compiere, nell’arco dell’esistenza. Questo viaggio è segnato da moltissime tappe intermedie. Ogni punto di arrivo diventa il punto di partenza, del prossimo tratto di strada, ma, finché non arriviamo a quel punto, diamo a quella singola meta un valore quasi assoluto. Così misuriamo più la strada che manca, rispetto a quella che abbiamo percorso e ci siamo già lasciati alle spalle. E nel dare valore assoluto a quella meta, ci perdiamo il senso complessivo del viaggio.
La vita andrebbe guardata, di tanto in tanto, come un quadro impressionista. Facendo qualche passo indietro, per acquisire una visione di insieme.

E’ arrivato il momento di fare una domanda: “Se tu rappresentassi su un foglio la tua collocazione, con questa modalità: quando abbiamo iniziato il nostro percorso eri al punto zero e la meta prefissata fosse a dieci, a che punto ti troveresti oggi?”.
Mi guarda, di pensa un po’ e poi dice: “Penso quattro… Neanche a metà strada”.
“Oppure quasi a metà strada – aggiungo io – hai già fatto quattro passi molto importanti… e cosa potresti fare oggi per arrivare a cinque?”.
“Vorrei uscire a mangiare una pizza con l’amico che mi ha consigliato di venire da te. Riparlare con lui di quel che è successo in questo paio di mesi. Potrebbe essere un buon modo di celebrare i risultati raggiunti e confermare i miei buoni propositi.”

Adesso sorride. E’ già a cinque! E’ sempre nella sua “terra di mezzo”. Ma ora abita quella terra con una consapevolezza diversa.

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